Italia, L'Iconica 2022 (tra l'Emilia e la Liguria)

Sei cilindri, sei passi…e un solo pedale. Abbiamo assaporato l’ebbrezza di affrontare la seconda edizione dell’Iconica insieme a una Benelli 750 Sei, sorprendentemente efficiente per l’età, avviamento escluso. La nuova edizione andava dalla Pianura Padana al Mar Ligure, per poi tornare indietro

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L'Iconica 2022, foto di rito prima della partenza

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La prima volta è successo perché non sapevo di cosa si stesse parlando. La seconda, invece, è stato per colpa di Elton John. Parlo del partecipare all'Iconica in sella a una moto che NON sia d'epoca: è un sacrilegio.

La manifestazione è nata nel 2019 per opera del bravissimo Giuseppe Mandurino del MC Guastalla, che aveva già avuto l'idea della Imponente in fuoristrada. Questa, però, è su asfalto ed è aperta soltanto alle moto d'epoca. Nel 2019 si disputò su un solo giorno, tra Guastalla (RE) e Mantova.

Io, in quanto fotografo, mi presentai in sella a una favolosa Triumph Thruxton 1200. Affrontai il percorso con Ilaria Gelain, una ragazza nota come Miss Morini per via della sua passione per le moto bolognesi. Aveva una Tre e Mezzo degli anni Settanta e fu piacevole fare il giro con lei, ma io rimasi stregato dalle moto veramente vecchie.

Mi resi conto che, per quelle, l'anellone da un centinaio di km che stavamo per affrontare era una vera avventura, aveva un sapore d'altri tempi, quando viaggiare in moto comportava avere grandi competenze tecniche perché i mezzi si rompevano di continuo. Così decisi di tornare nel 2020, in sella a qualche moto stravecchia. Impresa non facile, visto che non ne posseggo neanche una e che, come meccanico, sono imbranatissimo.

Avevo in mente tre moto con cui mi sarebbe piaciuto affrontare l'Iconica: la Scott Flying Squirrel 500 bicilindrica a due tempi degli anni Venti, la Sertum MC500 degli anni Quaranta e la Laverda 75 delle Milano-Taranto anni Cinquanta. Ne parlavo con Mandurino, che si attivava per cercare qualcosa di simile.

Nel frattempo, la pandemia da Covid-19 faceva saltare l'evento tanto nel 2020 quanto nel 2021, per cui la seconda edizione s'è svolta ben tre anni dopo la prima, molto più articolata: una due giorni che prevedeva la traversata dalla Pianura Padana al mare, passando per gli Appennini, al sabato, per poi fare l'inverso la domenica. Molto più bella e intrigante, vero?

Giuseppe riusciva a procurarmi una Honda AC15 Dream 50 del 1997. Poco d'epoca, ma si trattava di un tale gioiellino (la replica della corsaiola CR110 del '62) che non vedevo l'ora di salirci in sella. Poi, però, la Poesia se ne andava. La Honda Dream non era più disponibile, mentre il più piccolo dei miei figli mi domandava come potessi conciliare questa due giorni se, nel bel mezzo, c'era l'ultimo, storico concerto di Elton John in Italia, del quale avevamo acquistato i biglietti un anno prima.

Maledizione! Me n’ero dimenticato. L’unica cosa da fare era partecipare all'Iconica con la mia moto, terminare la prima tappa, correre a Milano, assistere al concerto e poi tornare indietro la notte stessa, per un totale di 670 km. Fattibile, ma anche questa volta non potevo provare l'ebbrezza di guidare una moto d'epoca. Sarà per il '23?

Ok, avrei partecipato con la mia, ma mi serviva un compare da fotografare (quando si fanno queste cose occorre un partecipante che stia sempre con noi, perché con le soste fotografiche gli altri ci staccano). Ci provavo con Ilaria, ma non poteva. Lei però mi proponeva Carlotta Gandini, che è una patita di Gilera degli Anni 30/50 ed è anche una persona molto piacevole.

Nel 2019 si era distinta per avere rotto la catena di trasmissione a meno di 1 km dalla partenza. Questa volta, però, non aveva moto d'epoca pronte e decideva di venire con la sua Fantic 500 Caballero, moto moderna permessa in quanto "schiava" del fotografo. Ma a me serviva qualcosa di vecchio e così Giuseppe ingaggiava la simpaticissima Bianca Bini, pilota di Benelli 750 Sei. È stata una moto rivoluzionaria dei primissimi anni Settanta, per via del suo motore a sei cilindri in linea.

Alejandro De Tomaso, l’imprenditore argentino che s'era comprato Benelli e Moto Guzzi, era andato per le spicce. Voleva combattere i giapponesi, quindi aveva copiato lo schema meccanico della Honda CB750 Four, applicandolo però a un frazionamento superiore. Poi aveva fatto ricorso a materiali più economici, per contenere le spese. Il risultato era stato quello di avere creato una moto splendida (bellissime erano le sue sovrastrutture, con la sfilata dei sei scarichi là sotto), ma che godeva di pessima fama dal punto di vista dell'affidabilità.

Dal mio punto di vista, però, questa moto mi affascina da pazzi. All'epoca fece scalpore e m'è sempre rimasta la curiosità di provarne una. Bianca è stata gentile. Di solito, provare le moto anni Settanta è uno choc: vibrano, non frenano, sono poco potenti, le sospensioni sono terribili. Ma questa mi lascia di stucco. La sensazione è di una moto compatta, col baricentro basso. Sella stracomoda, pedane avanzate e alte, manubrio basso, ma grande comfort.

Per essere un sei cilindri non troppo spremuto (ha 60 CV alla ruota, più o meno come la mia Ténéré 700, ma con una potenza specifica inferiore) è meno elastico di quello che mi potessi aspettare, perché strappa sotto ai 2.500 giri, però riprende con un certo vigore, è fluidissimo e non vibra.

Quello che mi ha esaltato, da non voler più scendere, è il sound di quell'impianto di scarico sei-in-sei. Non fa baccano ma, dai 5.000 giri in su, produce una melodia che ricorda il suono dei V8 da Formula Uno degli anni Settanta. Da fare accapponare la pelle.

Una sensazione che ben conoscono i possessori di un'altra sei cilindri d'eccezione, la - più solida e affidabile - Honda CBX1000. Poi la moto mi sembra sufficientemente stabile e maneggevole, le sospensioni non sono male e in più frena decentemente. Tra l'altro, è con l'impianto di questa moto che Brembo fece il suo ingresso nel mondo moto, nel '73.

Dunque partiamo in tre, con due moto moderne e una anni Settanta. In piazza Giuseppe Mazzini, a Guastalla, il fotografo ufficiale scatta la foto UomoMezzo a tutti i partecipanti, usando un fondale realizzato apposta.

Passiamo per Gualtieri – la città di Ligabue – e raggiungiamo Boretto dove, proprio in riva al Po, c'è la prima delle due prove di regolarità: un rettilineo da fare in una decina di secondi. Ma è qui che la Benelli decide di andare in sciopero.

L'avviamento elettrico non dà più segni di vita, probabilmente è saltato un relè. Ma la moto ha anche l'avviamento a pedale, che io manterrei come emergenza anche sulle moto moderne. Da qui in poi quella moto verrà avviata sempre e solo a calcioni, ma non è facile. Sinceramente, quando la cosa accade la trovo eccitante, perché quando mi ricapita di avviare a pedale un motore a sei cilindri? Inoltre penso che sia facilissimo, quasi come un motore a due tempi.

In realtà non lo è, perché la leva ha un sacco di corsa a vuoto. Quella buona è troppo corta e bisogna dare una gran pedata in un arco di pochi gradi. Bianca non riesce, per cui dobbiamo farlo io, o Carlotta. La cosa si rivela drammatica mentre attraversiamo Parma, perché un corteo per la pace in Ucraina blocca il traffico: la Benelli si spegne, alla ripartenza mi metto a skikkare, ma una vespa mi entra nella giacca e mi punge un braccio.

Ripartiamo, ma l'insetto continua a pungere, per cui devo fermarmi a levare la giacca, così la Sei si spegne di nuovo…

La formula su due giorni ha comportato meno iscritti che nel 2019, per via dei costi superiori – iscrizione più cara e necessità di dormire in albergo – e la difficoltà a trovar da dormire sia a Guastalla (a Reggio Emilia si teneva il concerto di Ligabue), sia a La Spezia, sede del giro di boa.

Però non ci sono dubbi, è molto più bella questa edizione. Dopo Sala Baganza (PR), sede della Rocca Sanvitale (che nel Quattrocento era ancora più grande di come la si vede oggi), si attraversa il Parco dei Boschi di Carrega con una deliziosa stradina nel bosco, stretta e piena di curve. Poi si scende sulla SS62 della Cisa, molto trafficata e veloce, poco adatta alle moto d'epoca più anziane: ma questo tratto noioso dura poco perché inizia la scalata al Passo Centocroci (1.055 m), che assume la funzione di vetta himalaiana inespugnabile della nostra spedizione, perché la Sei non tiene il minimo, continua a spegnersi e non vuole neanche ripartire col pedale.

Da un cilindro nero piazzato sopra i carburatori, del quale confesso di ignorare la funzione (forse è un recupero dei vapori di qualche cosa?) inizia ad uscire del fumo. Bianca però è caparbia, ci crede e così, dai e dai, arriviamo in cima al valico, dove troviamo il ristorante Passocento con tutti i partecipanti. Ci sono varie versioni delle Moto Guzzi a cilindro orizzontale dagli anni Trenta in su, tantissime BMW boxer (le mie preferite sono le R 60 del 1960), diverse Sertum (le moto d'epoca che mi affascinano di più) e poi molti mezzi anni Settanta, come le Ducati Scrambler o le Moto Guzzi Le Mans.

Siccome però l'Iconica è un viaggio vero e non una sfilata, tutte le moto, anche quelle con 90 anni di età, sono equipaggiate con bagagli moderni, tipo le borse laterali morbide o le sacche stagne cilindriche e questo contrasto fa impressione, ma fa anche tanto on the road. Dal Centocroci in poi il percorso è una meraviglia, tutto di montagna, con la discesa fino a Casarza Ligure, la scalata del Passo del Bracco (che, per tracciato e fondo, è molto amato dagli smanettoni da ginocchio a terra) e la favolosa discesa su Levanto, tra pini e viste mozzafiato sul mare.

Io, sinceramente, un bagno me lo farei, ma c'è il concerto di Elton John da onorare. E Bianca mi fa una richiesta: registrare e inviarle il video di quando lui canterà "I'm still standing". Da dedicare alla sua Benelli.

Per cui inizia la mia maratona, con giro di boa a Milano, una grandissima serata e una calata notturna su La Spezia, sede di partenza della seconda tappa. Questa avviene esattamente a Porto Lotti, un luogo dove attraccano imbarcazioni di prestigio, come il trimarano Maserati Multi 70 con cui Giovanni Soldini sta continuando a battere record sulle traversate transoceaniche.

Alla partenza ci rilassiamo troppo e, quando ci rendiamo conto che siamo già ultimi, salta fuori che le mie due compagne di viaggio non hanno ancora fatto benzina. Passeremo così la giornata a raggiungere e superare gente ferma a bordo strada, per guasti di ogni genere, dai cavi spezzati del gas alle puntine di accensione che fanno le bizze. In generale si tratta di problemi di cui non soffrono le moto moderne.

Noi ce la caviamo con la Sei che fa sempre una faticaccia boia a mettersi in moto a pedale ma, almeno, ha smesso di fumare. Bianca in salita la deve tenere su di giri e inoltre inizia a soffrire fisicamente le sconnessioni dell'asfalto, perché le sue non sono sospensioni da maxienduro. Però la seconda tappa ci piace moltissimo: è quasi tutta su stradine secondarie, con continue salite e discese per gli Appennini.

Nonostante i problemi alla Benellona, Bianca riesce a superare i valichi Lagastrello (1.200 m), Ferrarino (899 m) e Sparavalle (973 m), da cui si vede la Pietra di Bismantova (1.041 m), montagna a forma di torre. Abbiamo una meta da raggiungere ad ogni costo, dovessimo anche caricarci la moto sulle spalle: è il punto pranzo di Sordiglio, al ristorante Tortelloterapia. Quando un posto ha quel nome, non ci sono grippaggi che tengano. Infatti ci fanno mangiare tortelli conditi in svariati modi e sembra di essere in paradiso.

La sei cilindri ha capito che doveva portarci fin qui, per cui dopo sbraca, complice la tortuosità della strettissima stradina che passa per Votigno. Questo è un borgo medioevale completamente restaurato, nascosto dentro una valle angusta: era stato edificato come punto di difesa del Castello di Canossa. Al centro si trova una scacchiera dove sarebbe possibile giocare a scacchi (con delle pedine enormi, vi avviso). Si tratta di un posto talmente isolato e tranquillo che dei buddisti vi hanno ricavato un monastero, inaugurato dal Dalai Lama.


Ma la nostra presenza si rivela letale, per la sua tranquillità, perché la sei cilindri pesarese inizia a perdere colpi, a sbuffare e a produrre scoppi simili a esplosioni di mortaio, che echeggiano per tutta la vallata. Sembra che sia giunta al capolinea della sua avventura. Ci si aggrega un partecipante in sella a quella che credo sia una BMW R 60/2 e, grazie anche alle sue spinte, riusciamo a superare il valico di Cavandola (600 m), a vista del Castello di Matilde di Canossa.

Si tratta dell'ultima asperità prima della Pianura Padana e del ritorno a Guastalla, che avviene tutto per deliziose stradine di campagna, ma Bianca resta a secco a Sant'Ilario d'Enza. Ha percorso 160 km con 23 litri, quindi stiamo parlando di un consumo di 7 km/litro, decisamente anomalo anche per una maxi degli anni Settanta. La benzina le viene offerta dall'altra moto a carburatori di questo quartetto, ovvero la BMW, dopodiché i problemi sembrano essere finiti e si arriva a Guastalla, ovviamente ultimissimi.

E credo che ci sia andata bene, perché un giro per moto d'epoca senza guasti mi sa che non avrebbe lo stesso sapore… Quelle soste a bordo strada con la moto che non va, col gruppetto di amici che studia il da farsi e pensa come affrontare il problema, credo che siano l'essenza di questo genere di eventi, che permette di rivivere come si viaggiava in passato. Quando, comunque, arrivare alla meta dopo un paio di riparazioni era pur sempre molto più veloce rispetto ai tempi della diligenza trainata da cavalli, no?

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